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Monteruga, uno sbiadito ricordo

By in Storie d'Arneo with 2 Comments

Il nostro viaggio in terra d’Arneo parte da un villaggio fantasma a pochi chilometri da Torre Lapillo. La scelta non è casuale. Tutta la storia, il vissuto, le peculiarità del Salento e della sua gente, sembrano essere rappresentate da questo luogo. La campagna, innanzitutto. Ettari di terreno incolto che a partire dagli anni ’50 del novecento vengono messi a disposizione di contadini disposti a trasferirsi qui con la loro famiglia. Il villaggio ha origini più antiche, sorgendo attorno a quella che era una masseria fortificata, e assume le sembianze attuali in epoca fascista. Negli anni ’50, poi, inizia la gestione da parte della Sebi (Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazioni), che rileva oltre mille ettari di terreno, e così si trasforma in un’opportunità di lavoro, che viene presa al volo da oltre un centinaio di famiglie, provenienti perlopiù dal basso Salento. Si crea in poco tempo una comunità autosufficiente, si lavora e si distribuiscono gli entroiti (in parte alla Società, in parte ai contadini). Tabacco, olio e vino, questo si produceva a Monteruga. E lo testimoniano i ruderi: uno stabilimento vinicolo, sulle cui pareti inneggiava una scritta fascista, utile, si diceva, per invogliare gli operai a lavorare: “Chi beve vino campa più a lungo del medico che glielo proibisce”. E poi il frantoio, il magazzino del tabacco, le rimesse, gli uffici amministrativi, dove si facevano i conti. Per il fabbisogno personale, invece, i coloni avevano a disposizione delle piccole porzioni di terreno seminativo lunghe poco più di un metro. E se si produceva più del necessario, bisognava riconoscere la giusta parte alla Sebi.

Ma Monteruga non era solo lavoro. Era comunità, nel senso pieno del termine. Una grande famiglia, dove si condivideva ogni momento della vita. C’era la scuola, la chiesa, l’emporio. D’estate si facevano grandi feste all’aperto, ci si imbellettava e si passeggiava. Si festeggiavano i santi, come si conveniva. Era Sant’Antonio Abate il santo protettore di Monteruga, e ogni anno, il 17 gennaio, una grande processione attraversava il villaggio. Nei ricordi di chi quel luogo lo ha vissuto, pare indimenticabile la bellezza di quel giorno, soprattutto per chi al tempo era bambino e per la ricorrenza riceveva in dono un pallone di cuoio, una pistola o una bambola. Indelebili anche i ricordi legati all’annuale processione in onore del Corpus Domini, quando le donne, in segno di devozione, appendevano per strada, su fili di ferro, il loro corredo, faticosamente ricamato nelle poche ore di riposo. Erano bei momenti, in cui si annullavano le differenze sociali e di ruolo, e si stava tutti insieme: coloni, fattori, amministratori.

Gerarchie che invece rimanevano ben salde negli altri momenti della quotidianità, anche all’interno de “lu Ralla”, il dopolavoro. Un edificio ancora riconoscibile per via di una lunetta disegnata sulla facciata, in cui ci si ritrovava per brevi attimi di svago: una partita a carte, una chiacchierata, una lettura al rotocalco del momento, e la televisione, l’unica del villaggio.

Ogni famiglia aveva la sua casa, tutte, tranne una, con il bagno in comune all’aperto. Ad avere la casa con il bagno era il fattore Pippi Diso, trasferitosi con la sua famiglia da Castrignano del Capo. Le case dei coloni, essenziali, una camera da letto e la cucina, erano disposte in fila e si rincorrevano per i tre lati del grande porticato che circondava la piazza principale, seguendo la regola “una porta, una famiglia”. Distante da queste abitazioni, la casa della maestra elementare, voluta in quel luogo per garantire quella che al tempo era definita l’“igiene morale”.

In un alcuni periodi, oltre 800 persone hanno vissuto insieme quel luogo, sempre pronto ad accogliere nuove braccia che potevano poi riposare nella foresteria. E d’estate arrivano anche i bambini dei campi estivi a portare gioia e allegria.

A Monteruga sono nati amori, ci si è sposati, si sono cresciuti i figli, ma non si moriva. Qui non si celebravano i funerali, come se a predominare dovesse essere solo il trionfo della vita.

Oggi ci sono due Monteruga. C’è quella del torrione dell’acqua, delle distese di tabacco messe ad essiccare al sole, del lavoro, del sudore, della vita semplice, dei momenti di gioia e di spensieratezza. È la Monteruga dei ricordi, quella che non tornerà più, e che vive solo nella memoria di chi l’ha vissuta e in qualche fotografia sbiadita. E poi c’è la Monteruga dei ruderi, delle mura che stanno per crollare, dell’abbandono e anche della vergogna. Quella che dovrebbe provare chi non è riuscito a salvare questo patrimonio della nostra storia.

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Cristina Trinchera

Storyteller e Consulente per Case d'Arneo

2 Comments

  1. Chiara D'amanzo ha detto:

    Quando ero piccola mio padre ci portava in giro per masserie nei finesettimana,ne abbiamo viste tante ma questo posto è sempre stato il mio preferito,e fantasticavo su come si viveva in quelle case proprio come hai raccontato tu…

  2. pino ha detto:

    i miei genitori , Insegnanti Elementari , hanno svolto servizio dal 1958 sino al 1963 era un luogo pieno di vita ed era gestita dalla S.E.B.I. (Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazione); io avevo 1 mese di vita e mio fratello 4 anni quando ci trasferimmo nella Casa del Maestro presso il plesso di MONTERUGA !!! mia madre è la testimone vivente di quel periodo avventuroso fatto di trasferimenti in luoghi sempre diversi e con pochissime comodita’ e molte asperita’ oltre che difficolta’ nel mondo della Scuola nella societa’ contadina di allora ma composto anche da tante soddisfazioni nel vedere i propri alunni superare le condizioni di alfabetismo e di poca conoscenza che all’epoca erano ancora frequenti soprattutto nelle sacche interne delle province del Sud ma anche italiane !!
    L”area del villaggio rurale “Monteruga” circondato da un uliveto di 70 ettari circa facenteparte della stessa proprietà, risalente all’epoca fascista, come “Testimonianza della stratificazione insediativa”.Monteruga nasce nel ventennio fascista a seguito di un preciso intervento di riforma agraria sostenuto dalla S.E.B.I. (Società Elettrica per Bonifiche e Irrigazione). Si tratta di una “tabacchina” costituita da nove edifici,alcuni destinati ad alloggi per i braccianti (bi o tri-vani), altri a deposito con ampio piazzale centrale ed una chiesa oramai abbandonata. Intorno al villaggio vi sono circa 70 ettari principalmente di uliveto facente parte la proprietà.

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